IO CONTO – Assemblee popolari cittadine
Il progetto
In un mondo in cui vite delle persone sono sempre più individualizzate, rivolgono la conflittualità verso il collega sul lavoro o il vicino del pianerottolo, lo spazio sociale La Boje! non deve smettere di essere uno strumento per organizzare questa rabbia e darle una prospettiva collettiva e sociale.
Al contempo negli ultimi anni abbiamo notato una difficoltà a coincretizzare le mobilitazioni e le progettualità dal basso in proposte politiche chiare e capaci di fare breccia nell’opinione pubblica, in opposizione alle ipotesi autoritarie, razziste e nazionaliste.
La Boje! non ha mai voluto essere semplicemente una bella comunità o un’isola felice, ma uno strumento di trasformazione per la collettività per ottenere una vita bella. Il terreno su cui vogliamo muoverci è quello municipale, una dimensione politica vicina alle persone e su cui un dibattito e una mobilitazione di massa possono impattare con efficacia.
La forma che stiamo immaginando è quella di assemblee in cui discutere a partire da alcuni assi indispensabili per la vita delle persone: il diritto all’abitare e all’accesso a servizi sociali garantiti e di qualità; la difesa della salute pubblica e delle risorse naturali contro la crescente devastazione; una strategia concreta contro il cambiamento climatico; piani di redistribuzione della ricchezza e interventi indirizzatiad ottenere un salario minimo dignitoso e forme di continuità di reddito garantito.
Al centro dobbiamo soprattutto mettere la lotta contro la povertà e il razzismo istituzionale, unire le persone a partire dalla richiesta di case, diritti e servizi là dove la propaganda nazionalista vuole dividerle.
Chi vogliamo invitare a queste assemblee? Chiunque voglia trasformare lo stato di cose esistente, che siano organizzazioni o comuni cittadini. La società in cui viviamo è sempre più incapace di difendersi perché le ultime organizzazioni di massa esistentifaticano ad avere un dibattito, un sistema di idee e una cultura dell’organizzazione, oltre che una presenza sul territorio. L’ assenza di prospettive, il ruolo dei social network nelle dinamiche sociali, il ruolo di una repressione sempre più invasiva nel limitare il diritto di parola e di manifestazione portano spesso ad ipotesi individuali e “martirizzanti” di attivismo.
Noi abbiamo sempre pensato invece che la lotta funzioni con la gioia e la speranza, ragionando non solo sugli obiettivi, ma sul coinvolgere il maggior numero di persone possibile nelle pratiche per raggiungerli.

Qualche passo indietro…come siamo arrivati a definire questa proposta?
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Un’ irruzione dal basso verso l’alto
“Se l’impossibile diventa possibile insieme.”
Franco Basaglia, Assalti Frontali
Contesto
La citazione viene dal testo del disco “Mi sa che stanotte” firmato dagli Assalti Frontali nel 2006, in anni in cui era forte la convinzione che i movimenti potessero trasformare il mondo con la mobilitazione nelle strade, nei luoghi di lavoro o nelle scuole. La bolla in cui provavano ad inscatolare il nostro presente all’epoca era ancora quella della fine della storia con la fine della lotta di classe: si poteva cambiare il mondo in meglio, dicevano, senza prendere il potere.
L’esplosione delle bolle speculative sui mutui subprime ha cambiato lo scenario in pochi mesi. Nel 2008 abbiamo occupato facoltà, scuole, investito in movimenti territoriali e per il diritto alla città dietro lo slogan “noi la crisi non la paghiamo”.
A distanza di 20 anni possiamo dire che ogni minuto a lottare è stato utile, ma i dati sulle disuguaglianze economiche e lo sgretolamento dei sistemi di welfare (abeneficio di fondi di capitali privati) ci dicono che la classe lavoratrice la crisi l’ha pagata tutta. Mentre le lotte contro l’austerità provavano a diffondersi e ad esprimersi, la repressione iniziata a Genova nel 2001 non ha mai smesso di lavorare per colpire le minoranze di chi prova ad organizzare la critica, le resistenze e le esperienze di mutuo soccorso.
A questa si è aggiunta un’infrastruttura istituzionale sempre più piegata verso forme verticistiche e presidenziali di governo dei regimi democratico-liberali. L’altra faccia di questa medaglia è stata rappresentata dall’inasprirsi del colonialismo economico, la diffusione di guerre come soluzione delle controversie e il prosciugamento dell’autorità delle istituzioni e del diritto internazionale. Questo avviene proprio quando le risorse energetiche e il cambiamento climatico mostrano che “l’abbondanza per tutti” promessa dal XX secolo potrebbe oggi esaurirsi.
L’abbondanza deve esserci solo per l’1% che controlla il mondo: questo ci dicono Musk, Kushner, Trump, Putin o Netanyahu.

Che fare?
La pandemia globale, la guerra della Russia contro l’Ucraina e il genocidio in atto in Palestina sono stati tre punti focali che ci hanno trasmesso una grossa frattura tra parti di società civile con cui avevamo condiviso piazze e campagne.
La sinistra conflittuale ha faticato infatti a proporre una piattaforma di mobilitazione che, oltre a attrarre persone, sapesse proporre un quadro costituente di quanto stesse avvenendo. Il rischio è quello di essere trascinati dalle teorie del complotto in un approccio destituente che non riesce a ricomporre un orizzonte di lotta comune.
Qualche esempio. Le mobilitazioni contro il green pass non hanno mai posto al centro la richiesta di un vaccino pubblico, facendosi trascinare da approcci unicamente centrati sulle libertà individuali e che sacrificavano il diritto alla salute pubblica a vantaggio di queste.
Le critiche all’Unione Europea non costruiscono reti di lotta continentali, non producono un’altra progettualità politica con tutte quelle persone con le quali condividiamo lo stesso spazio politico e che credono in un’Europa diversa, ma ripiegano pericolosamente in approcci nazionalisti.
Gli interessi americani e dei produttori di armamenti non spiegano e non giustificano l’aggressione militare di Putin e non riducono il problema quotidiano di milioni di ucraini sul come non finire ammazzati da una bomba.
La solidarietà al popolo palestinese deve partire dalla loro autodeterminazione ed essere una bandiera capace di unire qualsiasi popolo sottomesso da bombe e repressione, non è nostro compito aderire ad assi della resistenza per tenere in vita il regime degli Ayatollah o progetti dispotici similari.
In questo contesto in cui la disillusione verso le forme di partecipazione democratica nelle nostre società corre forte quanto la distruzione dei legami sociali, pensiamo che il primo elemento da recuperare e di cui avere cura sia la partecipazione.
Le piazze piene, come quelle del blocchiamo tutto per la Palestina, non devono essere arene in cui le opzioni della sinistra liberale e di quella ortodossa si scontrano, ma luoghi dove costruire una nuova grammatica, darsi obiettivi e provare a raggiungerli insieme nelle diversità.
Questo faticoso progetto serve per recuperare la fiducia nella partecipazione che in Italia si è andata a perdere in 25 anni di repressione, dalla macelleria messicana della Diaz ad un paese governato da decreti legge, incapace di ascoltare qualsiasi mobilitazione popolare.
Il primo obiettivo è recuperare spazi di discussione e mobilitazione collettiva.
Per questi motivi lanceremo nel mese di ottobre una prima assemblea pubblica, popolare e cittadina in cui vogliamo costruire un’agenda di proposte dal basso sui temi dei diritti sociali e della tutela ambientale, con l’ambizione di sviluppare un terreno di discussione capace di concretizzarsi in un intervento municipalista in grado di riportare gli e le abitanti della nostra città al centro del discorso politico.
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Letture consigliate
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